Mi ricordo quando questa gatta fece i suoi primi figli(sei):osservavo avidamente i sette animali e talvolta, la notte, prendevo una seggola bassa per osservarli con maggior agio, in quella specie di spelonca dov'erano: in particolare contemplavo i menomi attucci dei piccoli, ciechi, li guardavo poppare, ne ascoltavo gli acuti gridolini, ne tentavo la mollezza e il calore. E naturalmente mi sentivo invadere e soffocare da un'infinita dolcezza e da una smania di violenza; avrei voluto strangolare, che so, sbatacchiare nel muro quei cucccioli, e chissà che altro. Ma ciò che importa è che, assurdamente o no, per essi ad ogni modo parteggiavo, ossia con essi unicamente mi identificavo. In mancanza di meglio, del resto, chè la mia ansia di risalire il tempo, di tornare, se non al nulla primordiale, alla assorta vita prenatale, il mio orrore razionale e sentimentale del presente e forse del futuro, la mia inettitudine all'esistenza consociata e all'esistenza senza più, erano già allora riusciti a questa specie di formulazione imperativa (poichè verso non oso chiamarlo): Rientrare nell'utero materno.
Tommaso Landolfi , Rien va