È una precisa metafora del rapporto gesto-suono-segno nell'azione musicale, gesto-colore-segno nella pittura o gesto-movimento-segno nella danza: La prima forza è attiva, positiva, e nella musica, come in altre arti, è gestuale, l'azione, il movimento, le tecniche; la seconda passiva o negativa é il risultato di quell'azione, ciò che ti viene restituito, la reazione dello strumento, il suono, il colore, la figura; la terza, neutralizzante, è la capacità dell'improvvisatore di separarsi da quei suoni, di prescindere da sè, di suonare e e non suonarsi, o, meglio ancora, di essere suonato e quindi risuonare. Perché da quel momento la musica c'è già, indipendentemente da noi, e non è ancora identificata, bella o brutta, eccitante o noiosa, breve o lunga, somigliante a questo o a quell'altro: è, e basta. La sensazione che provo nell'ascoltare casualmente un'Invenzione a due voci di Bach suonata dal bambino al terzo anno, camminando lungo i muri di un conservatorio è di totale meraviglia. Quello è Bach, autosufficiente, nitido e perfetto. C'è già tutta la sua luce. Magari stentato, con i colori sbagliati, il suono immaturo eccetera eccetera bla bla bla, ma è Bach. Se viceversa passeggiando mi imbatto in una finestra aperta da cui proviene il suono CBS delle Variazioni Goldberg gouldiani, immediatamente, trionfalmente commosso esclamo: Gould! Non è ne positivo né negativo. Tantomeno un giudizio. E' solo una meravigliosa, coerente contraddizione.
(da CONVERSAZIONI CON GLENN GOULD di J.COTT) Fino a oggi vi sono sei programmi che mi sono costati ciascuno fra le tre e le quattrocento ore di studio di registrazione.In futuro voglio fare una commedia su un uomo isolato, sono stanco e stufo di pensieri seriosi (ride).
Comunque tutti e sei i programmi sono sul tema dell'isolamento e in particolare i tre che hanno come soggetto gruppi di individui. Il primo gruppo era composto da persone che avevano scelto, per ragioni diverse, di isolarsi nell'estremo Nord, tutte persone piuttosto fuori dal comune. Ma proprio a causa del successo del programma, una persona ha cambiato vita; i programmi, come sai, possono cambiare la vita delle persone in modo piuttosto curioso,
Colpisce vedere come, mentre la maggior parte degli studiosi della comunicazione vedevano nei media i futuri canali di collegamento di un unico "villaggio globale", in grado di annullare distanze e riunire tutti in una "comunità globale", Gould si preoccupi di raccontare le storie di piccole comunità isolate, fuori dalle grandi vie di comunicazione, privi di comodità, destinati ad estinguersi nonostante e forse proprio per l'avanzare del progresso tecnologico. Sembra come se Gould volesse rendere giustizia a queste "vittime" e allo stesso tempo rivelare il disincanto verso il potere di comunicazione dei nuovi mezzi tecnologici, per esaltarne, invece, la forza "mediatica".
Il problema è allora di avere abbastanza accortezza e/o abbastanza esperienza extratattile della musica da evitare di abituarsi con il passar del tempo a tutto ciò che il pianoforte fa. …
GOULD e LO ZEN
Per definire meglio questo concetto può essere utile correlare due esperienze apparentemente distanti tra loro:
La prima riguarda l'esperienza di Eugene Herrigel , professore di filosofia, che si recò in Giappone per studiare la filosofia Zen attraverso l'arte del tiro con l'arco. In questa disciplina lo scopo è esercitare la meditazione attraverso una azione estremamente elaborata. L'arciere deve tendere l'arco e aspettare che la freccia parta da sé, (non - agire) e concentrarsi nell'immaginare il bersaglio che di solito è nascosto da un paravento o al buio, a sottolineare l'identificazione tra bersaglio (centro) e l'arciere stesso. In altri termini solo la meditazione e la profonda conoscenza di sé potranno guidare la freccia sul bersaglio. Oltre all'arciere, solo il maestro, sa capire se la freccia è veramente partita da sé. Ora, quando Herrigel dovette lasciare il Giappone, chiese al suo maestro come avrebbe potuto comunicargli i suoi progressi in quell'arte e questi gli rispose che sarebbe stato sufficiente vedere una fotografia scattata durante l'esercizio.
Al maestro bastava quindi anche un solo, qualsiasi, attimo di quella complessa azione per valutarne l'intera efficacia.
La seconda esperienza riguarda Gould e in particolare un episodio relativo ad un suo concerto a Tel Aviv nell'Autunno del 1958
(da CONVERSAZIONI CON GLENN GOULD di J.COTT)…Stavo dando un ciclo di concerti su un pianoforte assolutamente disgustoso, il cui costruttore non voglio nominare (nde). Se non sbaglio, dovevo fare undici concerti in diciotto giorni.
La prova fatta nel pomeriggio precedente il primo dei concerti era stata deprimente, avevo suonato come un cane, e la ragione era che questo pianoforte aveva infine avuto il sopravvento. Era lui a dettare le condizioni. Ne ero plagiato come direbbe McLuhan, e ero preoccupato perché non mi veniva bene nemmeno una scala di Do maggiore. Apparentemente ero incapace di avere altre reazioni se non quelle mediate da quel pianoforte.
Avevo un auto presa a noleggio dalla Hertz di Gerusalemme, e stavo quindici miglia fuori Tel Aviv in un posto chiamato Herzliyya Marina. Andai su una duna e decisi che l' unica speranza di salvare il concerto era quella di ricreare la più mirabile esperienza tattile che io conoscessi Che allora era quella procurata mi da un piano ancora oggi di mia proprietà, sebbene siano anni che non lo uso più un Chickering del secolo scorso (circa del 1895) presumibilmente l'ultimo pianoforte classico costruito in America. Così, seduto nella mia automobile su quella duna di sabbia decisi di immaginare di essere nel mio studio. Mi sforzai di immaginare l'esatta collocazione di ogni cosa nella stanza poi di visualizzare il pianoforte, e… si, lo so, sembra una ridicola parodia di seduta yoga, non lo avevo mai fatto prima, non così almeno, ma mi aiutò a risolvere il problema.
Seduto in macchina, guardando il mare, mi concentrai al massimo e provai disperatamente, per il resto della giornata, a rivivere quell'immagine tattile. Alla sera mi recai all'auditorium, suonai il mio concerto e, senza dubbio, quella fu la prima volta nel corso del mio soggiorno che mi sentii davvero eccitato completamente libero da qualsiasi vincolo con quel goffo bestione. E, almeno alla prima entrata del pianoforte, il risultato mi lasciò davvero sbigottito. Il volume del suono era molto modesto, come se stessi suonando con il pedale del piano, cosa che faccio del resto abbastanza spesso, ma senza però ricercare sonorità così esili.
Ne fui sorpreso, un poco spaventato, ma poi di colpo capii: certo, mi dissi, questo accade perchè, sono tutto preso da un'altra immagine tattile; perciò feci alcune correzioni, accettando qualche compromesso con il pianoforte su cui stavo suonando. Il risultato fu abbastanza fuori dal comune o, almeno, io pensai che lo fosse…
Per provare quanto sia sorprendente la relazione tra queste esperienze basta vedere il video di un concerto di Gould e fermarlo su un qualsiasi fotogramma o vederlo in moviola. Ci accorgeremmo come ogni singolo gesto e postura del corpo è guidato da una precisa idea di suono che a volte trascende la potenzialità stessa dello strumento mentre altre volte sembra trovarvi il tramite ideale.
Dalla relazione tra queste esperienze credo che emerga in modo evidente il particolare e singolare approccio interpretativo di Gould, la sua idea di suono immaginato ed evocato da cui derivano tutti gli altri aspetti, dalla tecnica pianistica, alla trasformazione dello strumento, ma l'aspetto che mi interessa sottolineare è quello dell'identificazione tra il suono e l'interprete (bersaglio e arciere). Tra questi due poli lo strumento è "solo" il tramite necessario (arco e freccia) mentre il pubblico ne sembra completamente escluso.
In realtà al pubblico viene richiesto di lasciarsi guidare dal suono (che è la chiave interpretativa) e di seguirne il viaggio all'interno dell'opera, in altri termini, di entrare in quell'"intimo" rapporto tra suono ideale e suono prodotto.
Quindi, Gould, non esclude il pubblico, semplicemente sa che non è di per se necessario all'interno del processo interpretativo, in quanto "pubblico" ma piuttosto come "individuo".
So you want to write a Fugue?